Lacrime di Drago
Dragon Tears
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Lacrime di Drago

La Valle Incantata

C'era una volta una un maestoso drago femmina di nome Fulgoris. Era la regina incontrastata dei cieli della Valle Incantata.

In quei tempi, nella Valle, regnava la pace e tutti gli esseri che la abitavano erano in armonia tra di loro.

In particolare, i draghi aveano un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'equilibrio.

Erano esseri dotati di un'incredibile intelligenza, capaci di comunicare tra loro con un finissimo linguaggio mentale. Ognuno di essi era dotato di particolari poteri, in base alla categoria cui apparteneva.

Soprattutto, si distinsero come custodi dei Semson, i semi della vita.

Questi ultimi permettevano che la vita fiorisse dovunque. Il loro aspetto era simile ad una polvere dorata ed emanavano un intenso odore di zolfo.

In loro assenza, l'aratro più esperto ed il terreno più fertile non sarebbero stati sufficienti a far sì che una piantina germogliasse.

Allo stesso modo, la mucca non avrebbe potuto partorire i suoi vitellini ed un'ape non sarebbe stata capace di impollinare un fiore. Dove c'era un Semson, c'era vita.

Fulgoris, uno degli esseri più eleganti del regno, aveva capacità di volo inimmaginabili e proprio per questo era la principale protettrice della Valle.

I suoi occhi color smeraldo vedevano a parecchie miglia di distanza ed erano in grado di rilevare il minimo movimento sospetto.

Gli abitanti della Valle Incantata potevano dormire sonni tranquilli grazie alla sua presenza quale guardiana del cielo e della terra.

La Valle Incantata all'epoca dei draghi era una terra fertile e prolifica. I boschi crescevano rigogliosi; la flora e la fauna vantavano una varietà innumerevole di specie.

Il tutto, perfettamente in ordine.

I Gemelli

In quel tempo, ovviamente, esisteva anche la razza umana, sebbene non fosse ancora sviluppata e malvagia come oggi. Soleva vivere in grande armonia con il tutto.

Tra draghi ed esseri umani esisteva un'ottima comunicazione, ma gli umani non potevano neanche lontanamente eguagliare la sensibilità e la saggezza dei draghi.

Fu proprio in una splendida giornata dell'Epoca dei Draghi che Fulgoris trovò i due gemelli che diedero vita alla storia dei due regni.

Fulgoris si librava alta in volo, nell'aria tersa dei cieli del mattino, quando all'improvviso udì un rumore strano.

Ripiegò sottilmente le ali variopinte per scendere di quota e cominciò a planare sulle cime dei pini.

Da quell'altezza, poté ascoltare distintamente dei vagiti, e grazie all'acutezza della sua vista, capace di filtrare la trama del fogliame, individuò una cesta abbandonata sulla riva del Rio Mastro.

Era incagliata e piccole onde si infrangevano su di essa, facendola ondeggiare avanti e indietro.

Fulgoris atterrò silenziosamente, con grazia.

Guardinga, si avvicinò alla cesta. Ne proveniva un pianto sommesso, che creava quasi una melodia con lo sciabordio delle onde.

All'interno, due piccoli umani in fasce, perfettamente identici, si affacciavano a una nuova vita.

Fin dal momento in cui li trovò, Fulgoris si prese cura dei gemelli, e li mise sotto la sua ala protettiva. Li accudì con grande istinto materno, proprio come se fossero stati i suoi cuccioli.

Li tenne al sicuro nelle notti di pioggia, procurò loro il cibo, li aiutò a muovere i primi passi. Addirittura, insegnò loro a volare in sella a un drago e ad avere il dominio incontrastato dei cieli.

Ovviamente, fece in modo che apprendessero anche gli usi e i costumi della loro razza, e per questo decise di inserirli nella comunità degli uomini.

I due bimbi furono accolti all'interno di una delle migliori famiglie e così, appresero i valori fondamentali della razza umana: l'onore, la forza, la sapienza,

ma soprattutto il rispetto per il sistema della Valle Incantata, per i delicati Semson, alla base del ciclo vitale, e per i draghi, custodi secolari della pace.

Grazie a Fulgoris, Gladius e Barbaridor, questi i nomi che la comunità umana aveva conferito ai gemelli, furono intermediari formidabili fra le due specie.

Ciò permise una comprensione ancora più profonda e completa di quanto non fosse mai accaduto in passato. Questa fu l'era di maggior splendore conosciuta nella Valle Incantata.

Gladius e Barbaridor, crescendo, rivelarono come il contatto fra i due mondi, quello umano e quello dei draghi, li avesse resi speciali.

Erano entrambi grandi comunicatori e la gente li stimava per la loro intelligenza.

Col passare del tempo, acquisivano l'antica saggezza accumulata nei secoli dai draghi e la capacità di adattamento degli esseri umani.

Un giorno, gli abitanti della Valle decisero che sarebbe stato giusto porre i gemelli, ormai adulti, alla guida del popolo. Si consultarono con i draghi ed ebbero la loro approvazione.

Fu inoltre stabilito che il Rio Mastro facesse da spartiacque fra le terre ad est, affidate a Barbaridor e quelle ad ovest, sotto la guida di Gladius.

La Maledizione

L'amministrazione dei due regni proseguì in modo sereno per molti anni.

Tuttavia, con l'invecchiare, Barbaridor diventava sempre più avido e tiranno,

mentre Gladius si distingueva per la generosità con cui distribuiva i Semson, permettendo alla sua terra di arricchirsi e alla sua gente di prosperare.

Ciò provocò le ire e le invidie del fratello che, al contrario, faceva soffrire il popolo per il suo egoismo.

Barbaridor, infatti, iniziò a pensare che essere la guida di un popolo gli desse diritto a privilegi. Iniziò a sentirsi superiore a quelli che ora considerava i suoi “sudditi”.

Decise che da quel momento in poi, non avrebbe più distribuito equamente i Semson tra gli esseri viventi del suo regno. Lasciava agli altri soltanto il minimo indispensabile; con tutto il resto, arricchiva se stesso.

Il regno ad est del fiume conobbe quindi povertà e privazioni, tanto che gli fu attribuito il nome di Miseridom, o regno della miseria.

Il regno di ovest, al contrario, fu soprannominato Excelsior, o regno dell'eccellenza.

L'egoismo di Barbaridor si fece così forte, che lo rese un uomo malvagio e corrotto.

Desiderava superare il fratello gemello, ma poiché non poteva competere quanto a giustizia e virtuosità, decise di alterare il ciclo della vita e sovrastarlo con l'immortalità.

Per fare ciò, però, aveva bisogno di accumulare ancora più potere e di impadronirsi di tutti i Semson presenti nella Valle Incantata.

Fece quindi ricorso alla magia e pronunciò una maledizione contro Gladius e il suo regno.

Tolse il diritto alla vita a tutti gli altri esseri viventi di Excelsior. Li condannò a vivere rinchiusi all'interno di uno spazio dal quale era impossibile uscire.

Per garantirsi ciò, pose i Dragovamp, mortali mostri succhia-sangue, a guardia del confine, che si infittì di una foresta di rovi, successivamente chiamata Lockwood, bosco impenetrabile.

Tuttavia, la parte più tetra della maledizione riguardava i Semson. Trascinò via dall'intero regno di Excelsior ogni più piccola traccia dei Semson, e se ne impadronì. Fu così che diventò immortale.

I fiori, i frutti e la ricca vegetazione di Excelsior avvizzirono lentamente. Gli animali smisero di riprodursi, e così gli esseri umani e i draghi. L'equilibrio si ruppe.

Tuttavia, Gladius non rimase inerme davanti all'immane spettacolo, ma scagliò un poderoso controincantesimo.

Egli sapeva, che soltanto i draghi avrebbero potuto ripristinare l'antico splendore, così annunciò che un giorno sarebbe venuto un drago capace di spezzare il maleficio.

Purtroppo però, per permettere che il sortilegio avesse effetto, fu costretto ad attingere a tutto il suo potere e ciò lo lasciò stremato e senza vita.

Non appena Barbaridor seppe del controincantesimo, prese una decisione drastica: se un drago poteva rompere la maledizione, allora tutti i draghi sarebbero morti.

Organizzò un sanguinario massacro nel quale sterminò tutti i draghi della Valle e distrusse tutte le loro uova. Li cercò e li scovò in ogni angolo del cielo e della terra, ed essi non trovarono rifugio alcuno.

Ne uccise la maggior parte di persona, persino l'amorevole Fulgoris, che fino all'ultimo non poté difendersi da colui che aveva amato come un figlio.

I draghi erano estinti. La Valle Incantata non esisteva più. Ed anche la speranza sembrava scomparsa.

Frenk

Erano quelli tempi molto bui. Il Regno di Excelsior sembrava destinato a soccombere inevitabilmente, ripetendo le sorti di Miseridom.

Per le strade era sempre più raro ascoltare le grida spensierate dei bambini.

La maggior parte delle piante erano rinsecchite ed i fiori appassiti. I draghi, ormai, erano soltanto una leggenda lontana a cui nessuno credeva.

Era una terra senza guida, dove ognuno faceva ciò che poteva per sopravvivere.

I pochi che per pazzia o per disperazione si avventuravano ai confini del regno, cercando di varcare le soglie di Lockwood, non tornavano più. Oppure venivano ritrovati, successivamente, esangui e senza vita.

Si diceva che al di fuori di Excelsior le tenebre fossero calate perennemente, quasi a suggellare la morte di un'era. E i dragovamp, che erano creature notturne, seminavano il terrore tutt'intorno.

Nessuno era mai riuscito ad avvistarli. O meglio, nessuno era mai tornato indietro per raccontarlo.

Il vecchio Barbaridor si era ritirato nel suo castello, sulla cima del picco più alto della Valle, dove si era circondato di pochi e malvagi fedeli.

L'oscurità avvolgeva tutto ciò che una volta era stato Miseridom e che ora non era altro che un cumulo di morte e macerie.

Era questo l'ambiente in cui era cresciuto Frenk, un ragazzino sedicenne, dotato di una grinta che stonava con il resto dell'atmosfera.

Era orfano. Non si sapeva niente né delle sue origini, né dei suoi genitori. Era figlio di tutti e di nessuno, come molti in quella triste era.

A differenza degli altri adolescenti, che si erano ingrigiti al pari della loro epoca, lui era vivace, attivo, sempre in movimento.

I membri più vecchi del villaggio, e quindi i più saggi, si sforzavano comunque di guidare la gioventù, sebbene non avesse futuro.

Ma era un compito assai difficile. Ancor più, con un tipo come Frenk, che non accettava la rassegnazione del suo popolo.

Era dinamico e convinto che esistesse ancora un domani felice per Excelsior. Se solo ci fosse stato qualcuno disposto a lottare.

Mille volte, i saggi avevano cercato di dissuaderlo da questi pensieri, e di fargli capire che senza Semson il destino di tutti era segnato.

Ma lui non si arrendeva. Era testardo e decise di intraprendere una serie di spedizioni segrete.

Il suo più grande desiderio – il suo unico desiderio, in realtà – era sfondare la barriera offerta dalla foresta di Lockwood e uccidere o neutralizzare i dragovamp.

In questo modo, il suo popolo avrebbe potuto trovare i Semson nel mondo esterno.

Una scoperta accidentale

Quel giorno, Frenk si trovava proprio nel mezzo di una delle sue missioni.

A dire il vero, stava facendo una piccola pausa, sdraiato contro il tronco di un albero: le mani incrociate dietro la nuca, lo sguardo fisso sulla cupola di vegetazione sopra alla sua testa.

A un tratto, notò qualcosa di insolito. “Che cos'è questo?” si domandò, osservando un grosso oggetto rotondo che pendeva da un ramo dell'albero al quale si era appoggiato.

Decise di osservare più da vicino e si alzò in piedi. Aveva l'aspetto di una grossa pietra ovale ed era parzialmente ricoperto da piante rampicanti e detriti.

Liberò l'oggetto misterioso per cercare di capire di cosa si trattasse.

Continuò ad esaminarlo. Era molto pesante, tuttavia la superficie liscia aveva un aspetto stranamente elastico ed il colore opalescente cambiava riflesso in base al riverbero della luce.

Se non fosse stato per quella consistenza particolare, avrebbe potuto essere un'enorme pietra preziosa. O magari avrebbe potuto rivelarsi utile come arma contro i dragovamp.

Gli sembrò di ricordare, che una volta, un saggio aveva affermato che il fuoco era l'unica minaccia mortale per quei terribili esseri.

Purtroppo, però, nessuna forma di fuoco allora conosciuta si era mai rivelata efficace.

Frenk, curioso per natura, afferrò la pietra con entrambe le mani e la scosse vigorosamente. Niente. Se la avvicinò all'orecchio, continuando a scuoterla. Ancora niente.

La sollevò con tutte le sue forze e la scaraventò a terra. A quel punto, accadde qualcosa di molto strano.

L'oggetto prese a pulsare e cominciò a venarsi, come se avesse dovuto spaccarsi da un momento all'altro.

Le crepe lampeggiarono per alcuni istanti, e poi, inaspettatamente, si rimarginarono. L'oggetto riprese quindi l'apparenza e la consistenza iniziali.

Rimase alcuni istanti perplesso, con il grande oggetto rotondo in mano, riflettendo su cosa fare.

Sebbene stesse vagando nella selva soltanto da un paio d'ore, ritenne più opportuno rientrare.

Il tramonto era vicino e i dintorni di Lockwood non erano più un posto sicuro dopo una certa ora.

Aveva trovato un'enorme pietra elastica ed indistruttibile,

ma, purtroppo, non era riuscito ad individuare nessun varco, nessun passaggio, nessun indizio di una possibile speranza per lui e la gente di Excelsior.

Si riscosse dai tristi pensieri e aprì la sacca per riporvi lo strano oggetto. L'avrebbe portato a casa con sé e poi avrebbe chiesto consiglio agli anziani del villaggio.

A passi lenti si incamminò verso il centro del regno.

Arrivò a casa verso sera, ciò nonostante ad aspettarlo c'era l'intensa e rossastra luce del tramonto. Era sempre un sollievo giungere a Excelsior ed essere accolti dal calore dei raggi del sole.

Entrò nella sua umile dimora. Esausto, depose a terra la sacca e ne estrasse la pesante scoperta.

Ci giocherellò per qualche minuto, osservando le sfumature che la luce del crepuscolo creava su quella superficie così perfetta e levigata.

Poi, perso nei meandri dei suoi pensieri, l'appoggiò sul tavolo al centro della stanza, e si infilò sotto le coperte. Scivolò in un sonno pesante e privo di sogni.

L'Uovo

Il giorno seguente, Frenk si svegliò all'alba. Era una bella mattina dall'aria tersa. Si stava stiracchiando nel letto, quando urtò qualcosa di solido sotto le coperte.

Le sollevò di scatto e trovò l'oggetto misterioso. “Ma... Ma... Com'è possibile?” pensò, sgomento. “Ero sicuro di averlo lasciato sul tavolo!”

Rivide mentalmente i suoi ultimi gesti prima di coricarsi e con gli occhi, cercò l'oggetto sul tavolo. Era vuoto!

La strana pietra giaceva proprio lì, affianco a lui.

La toccò. Era calda. Vi appoggiò sopra entrambe le mani. E prese a pulsare. Di nuovo, venature intermittenti ne incrinavano la superficie.

L'afferrò, senza pensarci due volte, la infilò nella sacca e corse verso il centro del villaggio per parlare con il vecchio Madantin.

Entrò nella bottega del saggio con un gran fiatone. Il vecchio Madantin era seduto dietro una scrivania, curvo su una lente di ingrandimento. Stava osservando minuscoli sassolini.

Alzò lo sguardo verso Frenk e disse: "Potrebbero esserci residui di Semson, in questa polvere". Dopo una breve pausa, aggiunse: "È stata rinvenuta nei pressi della foresta di Lockwood."

Frenk, che non aveva ascoltato nulla di tutto ciò che il vecchio Madantin aveva detto, proruppe: "Guarda cos'ho trovato ieri!" E frugò nella sacca, estraendone la maestosa pietra.

Il vecchio Madantin sgranò gli occhi e la prese tra le mani. Rigirò la strana pietra per un tempo che parve interminabile.

Lo osservò attentamente, lo massaggiò e vi appoggiò l'orecchio per vari minuti. Aveva l'aria sbalordita.

"Questo è un uovo!" esclamò infine.

Frenk, che aveva fantasticato su una gemma preziosa dai poteri magici, o magari, sull'arma decisiva per sconfiggere i dragovamp, rimase in silenzio, con l'espressione delusa.

Il vecchio Madantin, invece, aveva l'aria sempre più incredula: "Non è un uovo qualunque, figliolo." Si accarezzò la lunga barba, poi aggiunse: "Quest'uovo mi riporta indietro nel tempo."

Frenk non capiva: “Beh, un uovo di cosa? Pensavo che gli uccelli avessero smesso da tempo di deporre le uova.”

“Credo che quest'uovo appartenga a un'epoca antica; un'epoca in cui gli uccelli non erano gli unici esseri a volare nei cieli della Valle e a deporre uova.

Questo spiegherebbe anche perché non si è ancora schiuso.”

Il vecchio Madantin sembrò agitarsi e prese a parlare in modo concitato: “Devo assolutamente ritrovare quelle pergamene!”

Frenk era sempre più attonito. “Su figliolo, adesso vai. Ricorda solo questo: se hai trovato tu quest'uovo, c'è una ragione. Custodiscilo e cerca di non dirlo a nessuno.”

In fretta, gli restituì l'uovo e lo accompagnò alla porta.

Porfix

Passò una settimana, e tutto si ripeté più o meno uguale. Frenk usciva al limitare della foresta: esplorava, cercava e non trovava.

Rientrava a casa e l'uovo non era mai dove l'aveva lasciato.

La maggior parte delle volte, era tra le coperte del suo letto; altre, in vicinanza del focolare. Sembrava prediligere i luoghi caldi ed accoglienti. Inoltre, pulsava sempre più spesso.

Aveva rispettato le consegne del vecchio Madantin e non aveva condiviso con nessuno la sua strana scoperta.

Tuttavia, si sentiva giorno dopo giorno sempre più curioso di scoprire quale strano essere contenesse.

In casa, si percepiva chiaramente la presenza di quella forte creatura, che già dall'uovo, manifestava i suoi gusti.

Frenk si era ormai abituato a tutte quelle stranezze, e aveva preso a vezzeggiare l'uovo.

Lo teneva proprio in grembo, quando si ruppe. Le crepe si aprirono senza rimarginarsi, stavolta, e l'elastico guscio si spaccò in tanti pezzi.

Seguirono attimi di estrema tensione; poi, dalle spaccature si affacciarono un paio di narici curiose. L'attimo successivo, l'uovo si frantumò completamente.

Al suo posto, apparve, in tutto l'antico splendore della sua razza, un magnifico drago.

Un draghetto a dire il vero. Infatti, era solo un cucciolo, grande più o meno quanto un agnello.

Si guardava intorno smarrito, con i grandi occhi verde smeraldo alla ricerca di protezione e di qualcuno che lo rassicurasse.

Frenk era in uno stato di meravigliosa ammirazione. Osservava la stupenda pelle squamata della creatura, brillante di riflessi iridescenti argentei e rosati; le ali, già imponenti e maestose;

e l'atteggiamento, così tenero e insicuro, e allo stesso tempo, elegante e intimidatorio.

Infine, i loro sguardi s'incontrarono. Quell'attimo fu magico. Seppero da subito che le loro vite ed i loro destini erano indissolubilmente legati. Rimasero così, incantati, l'uno a fissare l'altro per molto tempo.

Dal canto suo, il draghetto studiava con amorevole rispetto l'essere che si era preso cura di lui e l'aveva coccolato dentro l'uovo.

“Mamma!”, esclamò una voce stridula nella mente di Frenk, mentre il draghetto puntava il muso verso di lui sbuffando un fumo violetto dalle narici.

Frenk sussultò dallo spavento e dalla sorpresa. “Eh?!” fu tutto ciò che riuscì a pronunciare.

E di nuovo, sentì: “Mamma, mamma, come sei bella! Non ti immaginavo così mentre ero nell'uovo!”

A quel punto, Frenk pensò senza nemmeno rendersene conto: “Non dirmi che pensi che io sia tua madre!”

Solo quando vide che gli occhi del draghetto si erano inumiditi e che stava per scoppiare in quello che sarebbe stato il pianto di un cucciolo di drago, si rese conto che aveva involontariamente parlato con la piccola creatura.

E non solo! Il draghetto l'aveva a sua volta sentito, ed era stato ferito dalle sue parole.

“Ehi, ehi, aspetta. Non piangere, non volevo dire questo”, si affannò a rimediare Frenk, stavolta parlando ad alta voce e protendendosi verso il piccolo drago.

Quest'ultimo, immediatamente confortato da quelle parole, si rianimò. Fissava Frenk, con occhi colmi di dolcezza. “Come ti chiami?” gli chiese, ancora col pensiero.

Il ragazzo era affascinato. Nessuno dei due parlava; o meglio, nessuno dei due parlava in modo convenzionale, muovendo la bocca, producendo suoni. Eppure si sentivano perfettamente.

Stava comunicando con un drago appena nato. Sconcertante! Gli rispose, mentalmente: “Mi chiamo Frenk.”

“E io? Qual è il mio nome, Fenk?”, ribatté il draghetto. Frenk lo guardò divertito. Non riusciva a pronunciare il suo nome telepaticamente. Si concentrò per un attimo,

ma il nome del drago gli uscì in modo del tutto naturale, come se l'avesse sempre saputo. “Porfix”, disse.

Gli Inseparabili

Neanche a dirlo, Frenk e Porfix divennero immediatamente grandi amici. Il fatto di poter leggere l'uno nel pensiero dell'altro li rendeva semplicemente inseparabili.

“Ho fame!”, si lamentava il draghetto. Così, i due andavano alla ricerca del cibo ideale per cuccioli di drago affamati.

Inizialmente, Frenk non aveva idea di quale fosse la giusta alimentazione per un drago, quindi dovette chiedere consiglio al vecchio Madantin. La caccia e la pesca: queste erano le soluzioni.

Andarono a pesca insieme. Porfix studiava attentamente la superficie dell'acqua. Con i suoi occhi, capaci di vedere attraverso di essa, riusciva ad avvistare anche i pesci più veloci.

Purtroppo, però, era ancora goffo nei movimenti e ogniqualvolta tuffava una zampa in acqua, ecco che perdeva la preda.

Frenk costruì quindi una canna da pesca e cercò di pescare al suo posto, mentre Porfix si appostava su un'altura e gli comunicava col pensiero quando la vittima era vicina.

Purtroppo, però, nemmeno Frenk era un abile pescatore, cosicché i due dovevano accontentarsi di bottini mediocri.

Provarono anche ad andare a caccia insieme. Porfix, con il suo colore grigio-rosato, riusciva a mimetizzarsi perfettamente tra le rocce e così tendeva agguati a piccoli mammiferi sfortunati.

Però, era ancora troppo rumoroso per non essere notato, quindi fu spesso costretto a rinunciare alla sua cena.

Frenk costruì allora un arco e delle frecce. Tentavano di cacciare con lo stesso metodo che utilizzavano per la pesca, ma la mira di Frenk lasciava ancora troppo a desiderare.

Inoltre, Frenk si dedicò appassionatamente allo studio dei draghi. Grazie al vecchio Madantin, disponeva di libri e pergamene in abbondanza.

Secondo le sue ricerche, Porfix era un drago di fuoco, della categoria vulcanica.

Gli esemplari adulti – recitavano i prontuari – potevano sputare fiammate lunghe diversi metri ed erano capaci in incenerire qualsiasi cosa.

Frenk consacrava giornate intere al tentativo di stimolare in Porfix il dono del fuoco.

Seguiva gli esercizi dei manuali e si affidava all'improvvisazione, ma niente succedeva; soltanto i soliti sbuffi e nuvolette di fumo viola.

Dagli antichi libri del vecchio Madantin, studiarono anche le tecniche di volo e le mappe dei cieli.

E infatti, arrivò il tempo in cui Porfix avrebbe dovuto volare. Ma anche questa si rivelò un'impresa piuttosto ardua.

Provarono a lanciarsi da dirupi, cime di alberi e picchi di roccia, ma terminavano sempre per schiantarsi, in modo più o meno grave.

Una volta, Frenk si ruppe addirittura un braccio e Porfix la punta della coda.

Insomma, i due passavano la maggior parte del tempo insieme.

Ridendo spesso, soffrendo a volte, crebbero insieme, legati per sempre.

Excelsior era per adesso la loro arena di allenamento... Lockwood sarebbe stato un giorno il loro campo di battaglia.

L'Avvistamento

Miseridom, quattro anni dopo...

Dal suo angusto castello, Barbaridor contemplava la decadenza intorno a sé. Era ormai vecchio e incartapecorito, ma si ergeva immortale sul suo alto trono.

Erano passati anni dall'ultima volta in cui aveva lasciato la sua fredda fortezza. Le notizie che riceveva regolarmente dai suoi informatori rappresentavano il suo unico contatto con il mondo esterno.

Ogniqualvolta, per esempio, un abitante di Excelsior moriva per mano dei dragovamp, le sue guardie, sparse in tutto Miseridom, gli riportavano l'accaduto.

Nonostante fosse l'epoca più buia conosciuta nella storia della Valle Incantata, era anche quella meno densa di avvenimenti.

Barbaridor trascorreva quindi parte della sua eternità richiuso nella cosiddetta Stanza del Tesoro, dove erano stati sigillati tutti i Semson.

Si trovava proprio lì, a respirarne la magica essenza, il giorno in cui le guardie avvistarono qualcosa di strano.

“Mio signore, le sentinelle di turno sulla torre ovest hanno rilevato un'anomalia in cielo.”

“Quale anomalia è così importante da permettervi di disturbarmi mentre mi trovo qui? Sapete che voglio essere lasciato in pace!” tuonò, Barbaridor.

“Creatura alata, colore argenteo con riflessi rosati, grandezza superiore ai volatili conosciuti – rispose pronta la guardia – in volo sull'estremo oriente di Miseridom, al confine con la foresta di Lockwood.”

Barbaridor sussultò. Un fulmine di repentino terrore gli attraversò gli occhi. “Portatemi immediatamente il mio specchio!” ordinò perentorio.

Barbaridor fissava lo specchio d'argento. Sulla superficie opaca si creò un vortice di nubi grigie...

Il loro gioco preferito era planare sull'acqua e accarezzarla producendo divertenti schizzi coi quali si rinfrescavano nei giorni di calura. “Wow!”, gridava Frenk al culmine dell'eccitazione.

Roteavano, più veloci di un fulmine, facendo un'acrobazia dietro l'altra. Prima si lanciavano in folli picchiate seguendo il versante di un dirupo,

poi viravano a quasi un passo da terra, per risalire, più alti delle nuvole.

Frenk era ormai un abilissimo cavaliere e Porfix un drago imponente e maestoso.

Giocavano scatenati ed erano così presi dalle loro capriole che non si accorsero di aver valicato il confine aereo della foresta di Lockwood. Quelle tra cui stavano sfrecciando erano le nuvole di Miseridom.

Frenk si rinvenne a causa dell'oscurità, e subito Porfix corresse la direzione.

Barbaridor inseguiva il riflesso dei due disperatamente; erano così rapidi che stargli dietro era quasi impossibile, nonostante lo specchio magico non avesse limiti di velocità.

Muoveva le braccia freneticamente e impartiva direzioni allo specchio in modo forsennato. Nello scoprire Frenk e Porfix, quasi gli venne un infarto, e sarebbe morto davvero, se solo non fosse stato immortale.

Barbaridor non avrebbe mai permesso che la sua maledizione potesse spezzarsi e che la sua immortalità venisse compromessa. “Gladius – pensò – credevi di avercela fatta con quel tuo stupido incantesimo.

Ma io ho già sterminato migliaia di quei maledetti draghi; uno in più non farà la differenza.” “Guardie!!!”, esplose colmo dell'ira più nefasta.

Caccia al drago

Il malvagio Barbaridor radunò tutte le guardie e i soldati di Miseridom al suo cospetto.

L'antico fervore e il vecchio odio si erano risvegliati in lui come rinvigoriti, dopo il lungo torpore.

“Nella parte più occidentale del nostro regno è stata avvistata una creatura sospetta. Ebbene, io stesso ho verificato con lo specchio magico e vi posso dire con sicurezza di cosa si tratta.”

Le guardie aspettavano ansiose la risposta. “Di un drago! Ecco di cosa si tratta!”, gridò Barbaridor, con voce poderosa e sprezzante.

Fra le guardie si levò un mormorio confuso e incredulo. “Pensavamo fossero una razza estinta? Credevamo di averli uccisi tutti?

Sì, ci sentivamo al sicuro, qui nel nostro regno, aspettando la fine di Excelsior. Ma ci sbagliavamo! Qualcuno è sopravvissuto! E sapete questo che cosa significa?”

Tuonò minaccioso, puntando lo scettro contro il suo pubblico, come a volerlo interrogare.

“Che la nostra pace è finita. Che presto, quei bifolchi di Excelsior si sentiranno grandi, con il loro drago, e vorranno i nostri Semson. Se li verranno a prendere con la forza!

Già, tutti quei preziosi Semson che abbiamo ottenuto col sacrificio e col sudore.”

Pronunciava il suo discorso con veemenza, contagiando l'intera legione col suo odio. Alcune guardie rispondevano con grugniti di entusiasmo e approvazione. “Guerra!”, strillavano altri soldati.

“E noi dovremmo star qui ad aspettare che ci piombino addosso?! Con il loro drago, per giunta?” Un coro unanime si sollevò dalla folla: “No!”

“In verità vi dico, andiamo noi a prenderli, e a fargli fare la fine che meritano!” “Sì!” risposero tutti quanti all'unisono.

“Si! – fece eco Barbaridor, come un invasato – date loro la caccia, portatemi le loro teste, come all'epoca dei draghi! Montate in sella ai vostri Dragovamp e non abbiate pietà.

Ma attenzione! Il drago e il suo cavaliere sono miei!”

Frenk e Porfix erano ignari di tutto. Semplicemente, durante uno dei loro esercizi di volo avevano perso il controllo e si erano spinti troppo oltre.

Le guardie di Miseridom li avevano avvistati ed ora un intero contingente si stava muovendo verso di loro.

Per fortuna, il vecchio Madantin, che era solito studiare i presagi contenuti nel volo degli uccelli, si accorse che qualcosa di funesto era in procinto di accadere.

Cercò immediatamente Frenk e Porfix per comunicar loro i suoi cattivi presentimenti.

Una volta a conoscenza del pronostico, i due si attivarono senza perdere tempo e sorvolarono tutta la zona. Quando si accinsero a controllare il versante orientale, capirono cosa stava succedendo.

Porfix, grazie alla sua vista, che era in grado di penetrare anche le tenebre più folte, scorse i soldati di Barbaridor, in marcia sulle brulle terre di Miseridom;

alcuni a piedi, altri in groppa ai dragovamp. Si muovevano in direzione di Excelsior ed erano armati e pronti a combattere.

Frenk decise di tornare indietro ed avvisare il vecchio Madantin, affinché gli abitanti del regno si preparassero in qualche modo all'affronto.

Prima di lasciarli andare, il vecchio saggio fermò Frenk e gli mise in mano una sottile e antica pergamena. Lo fissò intensamente negli occhi e gli disse:

“Qui c'è scritta la formula del passato che spiega il presente e che condannò il futuro. Leggila quando sarà il momento e scoprirai la verità.”

Ma, come sempre, Frenk era già completamente catapultato nell'azione imminente e non prestò troppa attenzione alle parole del vecchio. Lo abbracciò, mise da parte il dono e tornò dal suo drago.

A quel punto, drago e cavaliere si diressero decisi verso la battaglia.

Porfix descriveva traiettorie circolari sulle cime della foresta di Lockwood: “Forse è meglio che aspettiamo che escano dalle tenebre”, pensò Porfix.

“Sì, hai ragione – constatò Frenk – sali di quota, così non saremo un bersaglio facile, nonostante la loro superiorità numerica.”

L'esercito di Barbaridor aveva già raggiunto la selva, ma di lui nessuna traccia.

Il re infatti si era tenuto in fondo alle file, protetto da un momentaneo incantesimo di invisibilità ed aveva portato con sé lo specchio magico, per seguire la battaglia da lontano.

Non appena le truppe furono nella selva, Porfix cominciò ad attaccare. “Meglio non farli avvicinare troppo al cuore di Excelsior. Combattiamoli qua, finché possiamo.”

Scese in picchiata a velocità incalcolabile, Frenk ben avvinghiato al suo dorso. Quando il drago raggiunse la distanza necessaria al colpo, infatti, per i soldati sotto di lui era già troppo tardi.

Aprì le sue pericolose fauci e ne fece fuoriuscire una fiamma violacea di almeno dieci metri. Tutto ciò che era vivo e si trovava nel raggio del fuoco, si carbonizzò all'istante.

La colonna centrale della fanteria era stata letteralmente stecchita. Progressivamente, tutto lo schieramento si accorse di quanto era appena accaduto e il panico si sparse veloce tra i soldati.

Tutte le loro teste puntarono in alto per mirare, tra stupore e smarrimento, il primo drago in carne ed ossa dopo lunghissimo tempo.

I soldati non ebbero il tempo di rispondere all'attacco, che già Porfix aveva incenerito un'altra fila della formazione. Con grande sorpresa, Frenk scoprì che le vittime di quel settore erano cavalieri e dragovamp:

ma mentre non restava traccia degli umani, i dragovamp si erano pietrificati nella posizione in cui si trovavano al momento dell'impatto col fuoco, trasformandosi in statue grigie.

“Hai visto?”, si rivolse Frenk a Porfix, trionfante. “Ecco, l'unico fuoco capace di distruggere i dragovamp!” Porfix gli rivolse un'occhiata d'intesa.

Stavolta, però, parte dei cavalieri ebbe il tempo di organizzare il contrattacco. I dragovamp, spiegarono le loro ali nere come la notte e spiccarono il volo sibilando, in direzione di Frenk e Porfix.

Sfoderarono le loro zanne mortali e così si avventarono su di loro.

Porfix, per difendersi, prese ad avvitarsi su se stesso, sputando fiamme in ogni direzione. La sua potenza era tale da annientare chiunque gli si avvicinasse.

Barbaridor, nel frattempo, seguiva la battaglia dal suo specchio, senza perdersi neanche un battito d'ala. Era esterrefatto.

L'ultima volta che aveva visto un umano volare in modo così affiatato con un drago, era ancora un ragazzo – rifletté – mentre chiaramente prendeva forma davanti a suoi occhi il ricordo di suo fratello Gladius.

Le sue truppe erano dimezzate, il campo di battaglia cosparso di dragovamp pietrificati e il drago ed il suo cavaliere dominavano la scena incontrastati.

Decise di intervenire.

La morte di Frenk

Barbaridor diede ordine di far squillare la tromba per annunciare la ritirata.

A quel suono, i dragovamp iniziarono a disperdersi nelle tenebre e i soldati sopravvissuti si diedero alla fuga in modo disordinato alla volta di Miseridom.

Frenk e Porfix si ritrovarono a combattere contro un esercito inesistente. Avevano vinto. Non poterono fare a meno di esultare.

“Ce l'abbiamo fatta!”, urlava Frenk, più euforico che mai. “Stanno scappando! Yuppie!” Porfix si librò in una danza aerea scatenata, al culmine della gioia.

“Gli abbiamo dato un bella lezione”, si dicevano. “Già, se la sono dati a gambe. Siamo stati grandi!”

Infine però, l'euforia cedette il passo alla stanchezza, e i due finirono per atterrare in prossimità della riva del Rio Mastro, per abbeverarsi e distendere i muscoli in tensione.

Porfix si sdraiò sulla pancia, con il muso fra le zampe, osservando con aria divertita il suo padrone, che invece continuava a saltellare da una parte all'altra, rievocando le manovre più incredibili dello scontro.

Si erano concessi soltanto una piccola pausa dopo la dura battaglia, ma purtroppo, avevano abbassato la guardia completamente.

L'infido Barbaridor, infatti, aveva seguito i due eroi dopo la ritirata, ed ora, li spiava da un terreno scosceso sulla sponda opposta del fiume, poco distante da loro.

Era ancora avvolto dall'incantesimo dell'invisibilità, ma presto se ne sarebbe liberato, per poter sferrare il suo perfido attacco. Alle spalle, ovviamente.

Frenk, ancora irrequieto e colmo d'adrenalina, ricordava i pericoli che avevano scampato per un pelo, imitando le manovre di Porfix, che rideva a crepapelle.

Fu proprio mentre faceva una delle sue agitate giravolte, che vide la sagoma di Barbaridor comparire dal nulla, sul quel promontorio poco distante da loro.

Imbracciava un enorme arco, con una freccia incoccata, puntata dritta... al cuore di Porfix.

Frenk non ebbe che una frazione di secondo, per realizzare ciò che sarebbe successo. Il tutto si svolse nel giro di pochi attimi.

Finì la sua giravolta. Si lanciò dritto davanti alla freccia. E cadde. Frenk giaceva lì, immobile e senza vita.

Lacrime di Drago

Barbaridor si dileguò con la solita velocità con cui era apparso, nell'attimo stesso in cui ebbe scoccato la freccia fatale.

Porfix non voleva credere ai suoi occhi. Ma i suoi occhi non l'avevano mai tradito. Ciò che aveva visto, era davvero successo.

Non riusciva a distogliere lo sguardo dal corpo del suo migliore amico, disteso a terra, morto.

Non riusciva a capacitarsi che solo fino ad un attimo prima, la vita scorresse prepotente nelle sue vene, e che in meno di un istante, l'avesse abbandonato eternamente.

Sentì una voragine aprirglisi nel cuore e il sangue pulsare all'impazzata.

Emise il boato più tetro e profondo mai conosciuto nella storia dei draghi. Rimbombò, come un terremoto, scuotendo dalle viscere tutte le terre della Valle Incantata.

Come la lava di un vulcano, investì tutti gli esseri viventi di Excelsior e di Miseridom. Non si era mai udito nulla di simile. Quello era dolore di drago.

Porfix sfogò la pena che lo martoriava sputando verso il cielo colonne di fuoco che raggiungevano le nuvole più alte.

Tutta la Valle Incantata aveva gli occhi puntati su quelle esplosioni di luce che, per la prima volta da tempo incalcolabile, furono in grado di dissolvere le tenebre su Miseridom.

Lo struggimento che Porfix provava era tanto grande, da fargli perdere il controllo delle ali e della coda, che dibatteva senza tregua, come fossero state possedute da una forza sconosciuta.

L'impatto generato dagli schianti della sua pesante coda provocò un enorme terremoto, ed il battito convulso delle ali scatenò una tempesta di vento.

Ogni essere vivente nella Valle Incantata si ritrovò a scappare o a cercare rifugio da quella immensa calamità.

Il vecchio Madantin, dal canto suo, consapevole dell'orribile tragedia che si era appena consumata, piangeva lacrime silenziose e amare.

Porfix riuscì a placare il turbine di collera e sofferenza che gli bruciava dentro, solo quando si accorse che il corpo di Frenk sussultava a causa di quelle scosse.

Si calmò all'improvviso come riscuotendosi da un incubo inverosimile e con movimenti cauti e a passi felpati si avvicinò al corpo inerme del suo amico.

Rivisse i momenti gioiosi, i traguardi conquistati insieme, le ansie e le paure condivise.

Rivide il suo compagno di giochi, nell'infanzia, e di avventure, nell'adolescenza. Rivide un prode e giovane cavaliere, ma soprattutto il suo migliore amico.

Tutte quelle immagini così vitali, in cui Frenk gli appariva invulnerabile, erano in netto contrasto con l'essere che giaceva ora davanti ai suoi occhi.

Dolcemente, avvicinò il muso al suo viso, dandogli dei leggeri colpetti, come per destarlo da un sonno troppo lungo.

Ma niente, Frenk restava lì, immobile, con la freccia infilzata nel cuore e un sottile alone di sangue intorno ad essa.

Porfix, colto da una tenerezza improvvisa e incontrollabile, sollevò con le zampe il cadavere di Frenk e lo strinse delicatamente tra gli artigli.

Qualcosa si spezzò dentro di lui, e proruppe in un pianto lento e inarrestabile.

Si diresse verso il centro di Excelsior, volando per un tempo indeterminato, accompagnato soltanto da una morsa di solitudine che gli serrava la gola.

Per tutta la Valle risuonò l'eco del pianto del drago.

La prima lacrima cadde mentre si alzava in volo. Le altre seguirono abbondanti come una pioggia. Quel giorno, dal cielo, piovvero a lungo lacrime di drago.

Quella pioggia incantata lasciava dietro di sé una scia di tristezza e di magia allo stesso tempo. Infatti, ovunque cadesse una lacrima di Porfix, accadeva un miracolo.

Dalla terra, anche la più arida, spuntava un germoglio. Dalle piante, fiorivano succulenti e colorati boccioli.

Ma il fenomeno più incredibile si verificò quando le lacrime fatate s'infransero sulle grigie statue dei dragovamp caduti in battaglia.

Le terribili sagome si frantumarono, proprio come fossero state uova, e da esse uscirono inaspettatamente i tipi più svariati e diversi di draghi.

Questi ultimi, una volta liberi dalla pietra, si guardavano intorno confusi, rincitrulliti, quasi; poi iniziarono a spiccare il volo, giocondi e festosi, inneggiando in coro: “L'incantesimo si è rotto! L'incantesimo si è rotto!”

Il funerale

“Questo era Frenk, il ragazzo che voi tutti conoscete,” esordì il vecchio Madantin, indirizzandosi alla folla che lo ascoltava interessata.

Indicava solenne il podio col pagliericcio sul quale era stato adagiato il corpo di Frenk per il rito funebre.

“Ciò che non sapete, tuttavia, è che quattr'anni or sono, trovò un uovo al limitare della foresta, che custodì con sé fino al momento in cui si schiuse.

Esso non conteneva una creatura qualunque, ma un prodigio. Nacque l'ultimo esemplare, di una razza che si credeva estinta ormai da lungo tempo, per mano del malefico Barbaridor.” Guardò la folla ammutolita.

“Esatto – annuì – sto parlando di un drago.

Se qualcuno di voi credesse ancora che questa specie leggendaria esiste solo nelle illustrazioni dei libri, beh, posso dargli la prova che si sbaglia. Vieni fuori, Porfix!”, gridò il vecchio a gran voce.

Fra le nubi più basse si aprì un varco, dal quale apparse Porfix, in tutta la sua bellezza mozzafiato. Atterrò maestoso, non molto distante dal pulpito. Dalla folla si levarono mormorii stupefatti.

Il drago salutò il pubblico numeroso con uno sbuffo di fumo viola e subito si diresse verso il podio dove si trovava il grande giaciglio di paglia, sul quale era stata adagiata la salma del suo inseparabile amico.

La gente bisbigliava incredula; si udì persino qualche bambino strillare spaventato.

Madantin ripristinò il silenzio, con un gesto dell'ossuta mano. “Popolo di Excelsior, ho il dovere di narrarvi la storia di questo ragazzo, prima di dare inizio al rito funebre.

Gli dobbiamo la vita.” Porfix sospirò dolorosamente in sottofondo. “Frenk e il suo drago hanno combattuto per proteggerci.

Hanno affrontato le truppe di Barbaridor con estremo coraggio e hanno impedito che giungessero a saccheggiare il cuore del nostro regno, già povero allo stremo.

Difatti, nessuno si è accorto della battaglia che era in corso poco fa, a sole poche miglia da noi, nella foresta di Lockwood.” Tutti fecero cenni d'assenso.

“Il nostro Frenk e il suo fedele Porfix”, disse indicando il drago, “si sono battuti valorosamente, hanno sconfitto le forze nemiche ed i micidiali dragovamp, riportando una vittoria assolutamente schiacciante.”

Ci furono urla d'acclamazione. “Ma non esultate. Purtroppo, la malvagità di Barbaridor non è mutata nel corso del tempo, ma anzi, ha attecchito al suo animo ancor più saldamente.

Per questo siamo qui riuniti, a piangere la morte del nostro Frenk. Barbaridor ha teso loro un'imboscata, a battaglia finita, e così ha ucciso il ragazzo, con una freccia che però era destinata a lui, Porfix.

Fino alla fine, Frenk ha dato prova del suo grande coraggio e della sua incrollabile lealtà, infatti per salvare il suo compagno, non ha esitato neanche un istante a sacrificare la propria vita.

Ma Barbaridor è rimasto impunito.”

Si udirono gli strazianti lamenti di Porfix, estremamente provato da quella cerimonia.

“Il nostro giovane eroe è morto – proseguì il vecchio Madantin – ma ci lascia un importante messaggio di speranza: se si crede in un ideale, bisogna lottare con tutte le forze di cui disponiamo affinché si realizzi.

E Frenk credeva in una Excelsior di nuovo libera, di nuovo fiorente. Noi non lasceremo che sia morto invano!” Il popolo era commosso e acclamava le parole del vecchio saggio.

A quel punto, Madantin scese dal pulpito per avvicinarsi al drago gemente, che vegliava la salma di Frenk, con gli occhi verdi smeraldo lucidi di pianto.

Il vecchio lo accarezzò dolcemente, e gli chiese se era pronto. Porfix, finalmente, distolse lo sguardo da Frenk, per posarlo sul vecchio saggio. Non sapeva se sarebbe riuscito a farlo:

eseguire lui stesso la cerimonia, secondo il rito tradizionale, appiccando il fuoco al letto del defunto. Fissò il vecchio Madantin, intensamente. Passarono alcuni lunghissimi secondi...

Dopo di che, Porfix salì, a passi pesanti, sul podio dove si trovava il giaciglio di paglia con il corpo di Frenk. La gente del villaggio osservava i suoi movimenti, più rapita che mai.

“Lasciatemi il tempo di congedarmi”, singhiozzò. Osservò per l'ultima volta il viso di Frenk. Era pallido,

ma i suoi fini lineamenti erano sereni e rilassati, quasi come se avesse chiuso per sempre gli occhi sul mondo, andandosene pieno di soddisfazione.

La cruda verità, però, era che aveva abbandonato per sempre il suo drago, lasciandolo solo a fronteggiare la seconda era più cupa nella storia della Valle Incantata.

Se solo avesse fatto in tempo ad intervenire al Rio Mastro, o se solo Barbaridor avesse orientato la freccia in modo diverso, o se solo, semplicemente, Frenk non si fosse buttato in mezzo per salvarlo.

A quest'ora sarebbe stato ancora vivo, sprizzante di energia come sempre. Porfix doveva essere al suo posto, ora! Il destino si era fatto beffe di lui.

Questi erano gli ultimi pensieri, o meglio, i sensi di colpa, che consumavano l'animo del drago nel momento dell'estremo addio al suo inseparabile compagno.

Ancora una volta, la commozione riuscì a sfondare la barriera del contegno, e la sofferenza che gli dilaniava l'animo non poté più essere ricacciata indietro.

La folla si era stretta attorno al podio, per osservare più da vicino quel sensazionale rito funebre, per la prima volta, amministrato da un drago.

Quei grandi e profondi occhi color smeraldo si gonfiarono di pianto, fino ad esplodere. Grosse e pesanti lacrime scesero dagli occhi di Porfix, piegato in avanti e proteso verso il corpo del suo padrone.

Le lacrime caddero sulle guance di Frenk, scivolandogli lungo il viso. I solchi lasciati dalle lacrime si tinsero immediatamente del roseo colorito di una pelle dove pulsa il sangue.

In poco tempo, l'intero volto di Frenk era stato inondato dalle spesse lacrime del drago, che gli avevano restituito la vivace tonalità della vita.

L'incantesimo si è rotto

Porfix, accecato dal dolore, non si accorse di quel fenomeno strabiliante .

Era infine pronto ad emettere la fiamma che avrebbe accompagnato in cielo l'anima di Frenk, quando udì chiaramente un colpo di tosse, che proveniva proprio dal giaciglio sotto di lui.

E, quasi allo stesso tempo, un sussulto disorientato riecheggiò nella sua mente. Era una voce che conosceva fin troppo bene.

La prima melodica voce che l'aveva accolto sulla terra non appena uscito dall'uovo. Una voce a cui, senza esitazione, aveva dato il nome di “mamma”!

Porfix era sconvolto. “Dove sei Frenk? Sei qui?!” In quello stesso momento, ci fu un altro colpo di tosse, più forte, stavolta.

Poi, Frenk si issò improvvisamente a sedere, continuando a tossire, mentre riprendeva a respirare inalando aria nei polmoni, dopo tanto tempo.

Porfix era sgomento, gli occhi sbarrati. Il vecchio Madantin credeva di essere impazzito per l'età. La folla non riusciva a capire cosa stesse succedendo.

Tuttavia, nessuno ebbe il tempo di farsi nuove domande, o rispondere alle precedenti, perché strani sibili cominciarono a riempire l'atmosfera. Dapprima lontani, si fecero sempre più vicini e minacciosi.

La gente era terrorizzata e cercava riparo lanciandosi per terra, per difendersi da quello che suonava come un attacco aereo. Con un ulteriore avvicinamento, infatti, il suono si fece più chiaro.

Assomigliava al rumore prodotto da un mantice per attizzare il fuoco. Anzi, era chiaramente il suono di una battito di ali di dimensioni spropositate.

Poi il rumore cessò, e tutt'intorno al podio e alla folla che lo aveva circondato, apparvero innumerevoli, disparati esemplari di drago.

Era il caos più totale. Le voci umane si sovrapponevano. La confusione regnava sovrana. I versi dei draghi saturavano l'aria.

Ma soprattutto, Frenk era sveglio e più vivo che mai! Scattò in piedi e subito saltò giù dal pagliericcio per abbracciare il suo drago.

“Oh Frenk! Cos'è successo?! Credevo fossi morto!”, lo interrogava Porfix, scodinzolando al culmine della gioia. “È come se avessi dormito! Ma non importa ora sono di nuovo qui!”,

esclamò Frenk, abbracciando Porfix con quanta forza aveva in corpo. Sopraggiunse il vecchio Madantin, e non appena Frenk lo vide, gli si gettò al collo con la stessa energia, tanto da farlo quasi cadere.

“Ragazzo mio, ci hai fatto penare un sacco...”, sospirò il vecchio, come alleggerito da un pesante fardello. “Deve essere accaduto qualcosa di strano”, osservò Frenk.

“L'ultima cosa che ricordo era la sagoma di un uomo anziano che appariva dal nulla e cercava di uccidere Porfix. Poi devo essere morto. Ed ora... Beh, deve essere successo qualcosa.”

“Qualcosa è successo senza dubbio”, affermò il vecchio Madantin, indicando tutte quelle creature fantastiche che avevano riempito l'arena.

Frenk si guardò intorno, allibito. Il ritorno alla vita era già stato scioccante di per sé, ma questo...

“Da dove spuntano?!”, esclamò con stupore, guardando Porfix con occhi interrogativi.

“Non lo so, mio piccolo amico; tutto ciò che so è che il mio cuore era in pena per te, solo questo”, gli rispose il drago con aria pensante.

In quello stesso momento, si udirono alcuni membri della folla gridare in preda a un incredibile stupore. Sembrava che quel giorno le sorprese non finissero mai.

“Guardate!” strepitavano. “Le lacrime del drago!” Alcune braccia si sollevarono a indicare le gocce violette che dal pagliericcio scivolavano lentamente, infrangendosi a terra.

Ovunque atterrava una lacrima, spuntava subito una piantina fiorita.

I draghi, che ascoltavano ed osservavano tutto con attenzione, esclamarono in coro, nel linguaggio degli umani: “L'incantesimo si è rotto! L'incantesimo si è rotto!”

Sorprese

I draghi che erano apparsi così miracolosamente raccontarono alla comunità di come fossero sopravvissuti al massacro di Barbaridor, ai tempi della maledizione, per andare incontro a una sorte anche peggiore.

Spiegarono come vennero trasformati in dragovamp e sfruttati dal malefico Barbaridor per garantirsi che nessun essere vivente di Excelsior potesse fuggire dal regno.

Chi meglio dei draghi, poteva assolvere a tale compito, condannando così l'intero reame a morte sicura? Tanta era la perfidia di cui Barbaridor fu capace.

Solo il fuoco purificatore di Porfix, inizialmente, e le sue lacrime sincere, successivamente, ebbero il potere di spezzare il maleficio e restituire ad ogni drago la sua essenza originaria.

Si seppe, così, che Porfix era il drago di cui parlava l'incantesimo di Gladius, e che tutto ciò che era successo,

inclusa la morte di Frenk, era parte di un disegno più grande, il cui scopo era spezzare l'antica maledizione.

Ma la lista di sorprese sensazionali non finiva lì.

I draghi liberati riferirono inoltre che il controincantesimo di Gladius prevedeva che non potesse essere un drago qualunque, quello in grado di spezzare la maledizione.

Doveva essere un drago di fuoco, per poter pietrificare i dragovamp, e infatti Porfix era un drago vulcanico, della categoria porfirica.

Doveva inoltre essere intelligente per poter interagire a livello di pensiero con gli esseri umani; ma soprattutto doveva essere sensibile, per poter rompere il maleficio.

In poche parole, doveva essere il discendente di Fulgoris, l'antica protettrice della Valle Incantata e madre adottiva dei gemelli.

Per i saggi del villaggio, tutto era molto più chiaro, adesso. Porfix era il diretto discendente di Fulgoris; Frenk il leggittimo erede di Gladius.

Era questa l'informazione contenuta nella vecchia e consunta pergamena che il vecchio Madantin aveva affidato a Frenk prima della battaglia.

Scoprire le loro origini fu sconvolgente per entrambi, e i due si sentirono presto investiti di una grande responsabilità. Ora, erano certi che le sorti del regno dipendessero da loro.

Porfix voleva riscattare la sua razza. Frenk, che da sempre aveva creduto nella liberazione di Excelsior, nutriva un bisogno impellente di concretizzare quell'ideale.

In conclusione, realizzare che Barbaridor fosse il colpevole dell'imboscata al Rio Mastro, non rappresentò altro che la goccia che fece traboccare il vaso.

Decisero di intraprendere una spedizione punitiva contro Miseridom e il suo tiranno.

Di nuovo, si stavano congedando dal vecchio Madantin, ma stavolta al cospetto di tutto il villaggio. Erano pronti a partire, quando il saggio li fermò e disse loro:

“Questa volta, ragazzi miei, non andrete da soli. Il popolo di Excelsior è con voi!”

Si guardarono intorno e si accorsero che dalla folla decollavano numerosi i draghi liberati, ciascuno di essi con un cavaliere in sella. Ci fu un boato di acclamazioni da parte di tutti.

Frenk e Porfix si guardarono compiaciuti e con rinnovato ardore, spiccarono il volo alla volta di Miseridom.

Semson dappertutto

La formazione di draghi e cavalieri volava silenziosa, avvolta dalle pesanti tenebre che da decenni incombevano su Miseridom.

Erano quasi giunti al castello. Frenk guardò i compagni, prima quelli schierati alla sua destra, poi quelli alla sua sinistra e fece loro il segnale.

I draghi dell'ala destra scesero di quota per assaltare la fortezza via terra, gli altri avrebbero attaccato dall'alto, mentre Frenk e Porfix cercavano Barbaridor.

Le sentinelle appostate sui torrioni non impiegarono molto ad accorgersi di qualcosa di sospetto nell'aria e si precipitarono ad avvertire il loro signore.

Barbaridor, su tutte le furie, afferrò il suo specchio magico e scoprì, incredulo, l'esercito di draghi e umani che stava assediando la fortezza.

Una collera cieca si impossessò di lui e d'istinto corse alla Stanza del Tesoro. “Vogliono usurpare il trono! Vogliono i miei Semson!”, imprecava.

Si rinchiuse nella camera segreta, studiando freneticamente un piano per cavarsela.

Doveva lasciare i Semson se voleva salvarsi, ma non poteva salvarsi senza Semson. Si sentì spacciato.

Pronunciò l'incantesimo dell'invisibilità, lo stesso che aveva utilizzato per la battaglia di Lockwood, e rimase nascosto in attesa. Decise che sarebbe rimasto lì, con i Semson.

E se anche glieli avessero sottratti, avrebbe studiato qualche sortilegio per riaverli, come in passato.

Fuori la battaglia impazzava. Ogni drago faceva uso dei propri poteri magici: chi del fuoco, chi del ghiaccio, chi del gas. Fu uno scontro memorabile.

I draghi non erano mai stati così motivati e in forma; la gente di Excelsior era esaltata per quella magica alleanza e finalmente vedeva possibile il ritorno all'antico splendore.

I soldati di Miseridom erano in netto svantaggio. Frenk e Porfix approfittarono di una debolezza nella guardia e si intrufolarono a velocità supersonica all'interno del castello attraverso il ponte levatoio.

L'ambiente era oscuro e freddo, assolutamente inospitale. Quindi, Porfix emetteva sbuffi di fuoco ad intervalli regolari affinché anche Frenk potesse vedere.

Le poche guardie disseminate all'interno del castello si davano alla fuga alla vista del fuoco oppure rimanevano abbrustolite.

Dopo una lunga peregrinazione per i meandri del castello, Frenk e Porfix si ritrovarono di fronte a quello che doveva essere il cuore di Miseridom.

Davanti ai loro occhi si ergeva una porta immensa. Era forse alta il doppio di Porfix e larga quanto lui, dal muso alla coda. Era riccamente intagliata con sculture raffiguranti teste di drago

e altri animali leggendari, tutta intarsiata in oro. Le maniglie in ferro battuto davano l'idea di essere impossibili da sollevare. Era una porta semplicemente maestosa.

Frenk disse ad alta voce: “Qualunque cosa si nasconda qui dentro, deve avere un valore inestimabile...”

“Già”, ribatté Porfix. Erano vicini al tesoro di cui avevano tanto sentito parlare, e lo sapevano.

Porfix pose il suo muso al disotto delle maniglie e facendo pressione verso l'alto riuscì a sollevarle con uno scatto. Le porte si aprirono come d'incanto.

All'interno, la sala era illuminata da una luce soffusa proveniente da alcune fiaccole appese alle pareti. Si potevano scorgere chiaramente una quantità smisurata di scrigni e bauli sigillati da pesanti serrature.

Drago e padrone si guardavano intorno basiti. “Li abbiamo trovati finalmente!”

Porfix spaccò uno dei lucchetti, con un colpo secco della mascella. Non appena dischiusero il forziere ne uscì un intenso odore di zolfo ed una luce dorata e abbagliante, che illuminò tutta l'area circostante.

Frenk immerse le mani nel contenuto del baule. Sollevò i pugni pieni di una sottile sabbia dorata che gli scivolava tra le dita. “Ecco i Semson!!!” esclamarono i due all'unisono.

Nei minuti successivi, arrivarono alla spicciolata i loro compagni di battaglia: “Frenk, Porfix! Fuori la battaglia è finita. Abbiamo vinto!”

“Benissimo!” si congratulò il ragazzo. “Purtroppo, io e Porfix non abbiamo abbiamo ancora scovato Barbaridor. Pensiamo possa essere fuggito. Ma, guardate cos'abbiamo trovato!” e mostrò loro il contenuto degli scrigni.

La stanza si affollava sempre più ed il vigliacco Barbaridor, ben consapevole di non avere speranza contro i due eroi ed i loro alleati, rimase nascosto; in trappola.

“Wow!” esplosero attoniti tutti quanti. Seguirono esclamazioni di meraviglia a non finire. “I tempi bui sono finiti!” E ancora, “La miseria sarà solo un ricordo lontano, evviva i Semson!”

“Adesso dobbiamo mettere al sicuro questi scrigni” osservò Frenk. “Ogni drago dovrà afferrare un baule e portarlo in volo fino a Excelsior.

Lì, il vecchio Madantin con il consiglio dei saggi stabilirà come distribuirli. Forza, adesso togliamoli da qua!” “Agli ordini!” fecero eco tutti i presenti.

I draghi e gli umani, diligenti, iniziarono a caricare gli scrigni e a sgombrare la Stanza del Tesoro.

Barbaridor, protetto dall'invisibilità, osservava la scena atterrito. Mentre la stanza si svuotava progressivamente del suo magico contenuto, anche i poteri del crudele Barbaridor presero ad affievolirsi.

Il primo a perdere d'effetto fu proprio l'incantesimo che lo teneva celato agli occhi dei suoi avversari.

Per ogni baule che lasciava la stanza, riappariva parte della sua persona. Prima i capelli brizzolati; poi gli occhi, iniettati di velenosa vendetta; infine emerse tutto il busto.

In men che non si dica, erano rimasti all'interno della sala soltanto pochi bauli. Tutto era spoglio e deserto. Solo le fiaccole sulle pareti emettevano un flebile bagliore.

Stavolta, fu Porfix ad accorgersi della malefica presenza. “Frenk... eccolo!”

Il giovane ragazzo sussultò nel rivedere la stessa immagine che era rimasta impressa nei suoi occhi prima di morire. Era una visione lugubre, tagliata all'altezza del busto.

Sul viso di Barbaridor si dipinse un'espressione perfida: “Salve, guastafeste!”, disse rivolto a Frenk.

Quest'ultimo non poté fare a meno di indietreggiare. Ma subito avvertì il corpo di Porfix al suo fianco, saldo e pronto a proteggerlo.

“Tu invece devi essere lo stramaledetto drago dell'incantesimo di mio fratello!” continuò Barbaridor. Porfix ruggì minaccioso.

“Non ti scaldare, drago! Non ho paura di te!” Mentre parlava, l'incantesimo svanì del tutto, lasciando Barbaridor completamente esposto e visibile.

Frenk e Porfix si accorsero che i suoi poteri si stavano assottigliando. Porfix avvertì Frenk: “Sono i Semson! Se allontaniamo anche le ultime casse, lo renderemo vulnerabile. Non vale niente, senza!”

Frenk ebbe un attimo di esitazione ma poi si decise: “Vai allora, porta via questi bauli; ci penserò io a lui!” “No! Io non ti lascio!”, ribatté duro Porfix.

“Invece devi! Senza Semson non potrà più farmi del male; e poi, ho un conto in sospeso con lui”, concluse.

“D'accordo, allora. Sarò più veloce di un fulmine”, disse scomparendo con un paio di casse tra gli artigli.

Porfix non fece in tempo a lasciare la stanza, che subito Barbaridor fu scosso da violenti colpi di tosse. Sputò sangue.

“Che peccato conoscerti in queste condizioni, zio!” disse Frenk con aria sprezzante, indicando le macchie di sangue che si erano formate per terra.

“Scommetto che non ci resta molto tempo da trascorrere insieme.” Barbaridor trasalì. “Che cosa?! Tu... tu... saresti figlio di Gladius?” Un altro colpo di tosse gli squassò il petto.

Barbaridor rivide Frenk e Porfix saettare nello specchio, la volta in cui scoprì della loro esistenza, e si ricordò di come non avesse potuto fare a meno di rievocare Gladius. Ora capiva...

“Già...” gli rispose Frenk, come se avesse ascoltato i suoi pensieri. Rimanevano soltanto due bauli di Semson. Barbaridor si stava incurvando, sotto il peso degli anni non scontati.

Frenk lo osservava, immaginando come sarebbero stati i tratti di suo padre, privi però dei solchi prodotti dalla crudeltà d'animo del gemello.

Poi, inaspettatamente, Barbaridor si rizzò e con uno scatto felino, per il quale aveva raccolto tutte le energie che gli restavano, si avventò su uno dei bauli aperti per impadronirsi dei Semson.

Per fortuna, giunse Porfix, che aveva volato avanti e indietro più veloce di un fulmine, e sottrasse a Barbaridor il suo baule, proprio un attimo prima che egli lo afferrasse.

“Presto, salta su!” intimò il drago al suo padrone. Frenk non se lo fece ripetere due volte: afferrò con forza l'ultimo baule rimasto e montò in groppa a Porfix.

Rimasero sospesi a mezz'aria, allontanandosi, mentre Barbaridor lentamente si accasciava a terra.

Si levò, in un ultimo rantolo disperato, sputando altro sangue: “Ridatemi i miei Semson! Che voi siate maledetti!”

Dopo di che, la vecchiaia si abbatté inesorabile sul vecchio malvagio, e ne venne completamente consumato. La pelle dapprima gli si raggrinzì sul viso, scavando profonde fosse; poi, si polverizzò totalmente.

I suoi occhi continuarono a bruciare fino a che di lui non rimasero che le ossa. Ma, presto, anch'esse si dissolsero in una nube di fumo grigio, per poi scomparire per sempre.

Quella fu la fine di Barbaridor. E di Miseridom.

Il vecchio Madantin, d'accordo col consiglio degli anziani, decise che i draghi cospargessero di Semson l'intera Valle Incantata. Dovevano esserci Semson dappertutto.

Su Miseridom scomparvero le tenebre ed ogni cosa tornò ad essere vivida e splendente come una volta.

I fiori e i frutti dipinsero la Valle dei colori più accessi ed il proliferare di nuove vite la rese dinamica come un tempo.

Draghi e umani tornarono a vivere in perfetta sintonia e Frenk e Porfix furono nominati Guide del Popolo.

Nella Valle Incantata, perdura ancora oggi un'epoca chiamata “Giubilo”, perché, da allora, vissero tutti felici e contenti.